Pino Capua
un grande prof a tempo di musica e pallone
di Fabio Alescio
Il professor Pino Capua ci riceve con la stessa affabilità con la quale appare in Rai quando svolge il ruolo di consulente per la Medicina dello Sport.
Medico specializzato in Traumatologia dello Sport e Riabilitazione ed esperto in medicina nucleare, per diversi anni già primario del San Camillo, lo incontriamo in clinica alla fine di una lunga giornata iniziata con l’intervento in un congresso scientifico, proseguita in aula all’Università di Tor Vergata e terminata con i suoi pazienti che, grazie a lui, godono di successi impensati.
È appena rientrato dalla sua amata Calabria, terra lasciata da bambino per studiare e realizzare il proprio sogno.
Professor Capua, tutto parte da Cinquefrondi, paesino in provincia di Reggio Calabria…
Sono nato in casa, ma quando avevo appena sei mesi ho perso la mamma per un intervento chirurgico terminato tragicamente. I miei nonni, persone meravigliose, hanno aiutato papà a crescere me e mia sorella, lasciandomi il ricordo della dolcezza di mia nonna e la totale dedizione al lavoro di mio nonno, il classico medico condotto di un tempo, senza orari.
Trascorrevo le mie giornate in ambulatorio con lui, dal quale ho preso l’ascolto dei pazienti e la passione per la medicina; ho capito subito che la mia strada era quella di occuparmi della salute delle persone.
Decise quindi di proseguire i suoi studi lontano dalla Calabria.
A 14 anni seguii mio padre a Roma, dove era andato per esercitare la sua professione; ero triste per aver lasciato la casa dei nonni e il mio paese.
Poi, dopo il liceo, scelsi di iscrivermi alla facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza.
Attualmente è presidente della Commissione Antidoping della Figc. Come si è avvicinato al mondo del calcio?
Il pallone ha sempre riempito il tempo libero della mia adolescenza. Con alcuni amici, dopo la scuola, ci ritrovavamo nel cortile di casa per emulare i campioni di calcio di quei tempi, così arrivai a giocare da professionista, sino alla serie C.
In seguito, preso dagli impegni professionali, fui costretto a lasciare il calcio agonistico, ma l’esperienza da giocatore è stata utile negli incarichi che mi sono stati conferiti in questo ambito.
Come nasce il suo impegno nella Commissione Antidoping?
Nel 2000 venni convocato dal dottor Gianni Petrucci, allora Commissario della Federcalcio. Mi parlò della necessità di creare una commissione nazionale che si occupasse del controllo sull’assunzione e somministrazione di farmaci o di sostanze attive usate per alterare le prestazioni agonistiche degli atleti.
Iniziò così la mia prima esperienza nel complesso mondo della sfida al doping.
Dopo vent’anni da presidente della Commissione, secondo lei siamo riusciti a sconfiggere queste pratiche scorrette?
Direi che abbiamo raggiunto un primo obiettivo, stabilire delle regole e formalizzare un comportamento al quale devono attenersi tutti, società e club. Oggi nello sport c’è più consapevolezza della pericolosità di alcune sostanze e del perché non usarle per aumentare la prestazione dell’atleta.
Non cambia invece il mio senso di sconfitta quando si ripetono i casi di doping.
A Roma è recente la sua battaglia per il ripristino dello stadio Flaminio.
Da giovane andai a vivere nel quartiere Roma nord dove, con mio padre, raggiungevamo lo stadio Olimpico per vedere la Roma e la Lazio. Allo stadio Flaminio, invece, si giocava il famoso campionato De Martino e, per la vicinanza tra gli spalti e il campo, era possibile vedere la partita a un passo dai calciatori.
Oggi mi si stringe il cuore al vedere il totale abbandono in cui versa questa struttura. Sento forte, quindi, il dovere di sensibilizzare l’opinione pubblica affinché questo teatro del calcio possa vedere una nuova luce.
La sua terza passione: la musica.
Iniziai da bambino, quando papà mi regalò una chitarra per imparare a suonarla con l’aiuto di un maestro. Molti anni dopo la cosa si è ripetuta con mio figlio Vincenzo, e così anche lui ha scoperto la vena artistica che l’ha portato a diventare un bravo e noto cantautore.
Anni fa, in famiglia mi raccontarono che anche mia madre suonava il pianoforte, quindi è vero: certe attitudini si tramandano.
Abbiamo parlato del professionista, ma com’è Pino Capua nella sua vita privata?
Gli affetti familiari e il tempo libero che trascorro con i miei figli e i miei meravigliosi nipoti, Giorgia e Francesco, sono la fonte della mia serenità; mi definiscono un nonno innamorato, ogni momento libero lo trascorro con la famiglia e i cari amici.
Adoro conversare con Giorgia, una dolcissima bambina che, con i suoi dieci anni, mi fa tornare alla purezza dell’infanzia: abbiamo tanto da apprendere dai bimbi. Oggi mi definisco un uomo che conserva la curiosità e l’amore per la vita che aveva quel ragazzo arrivato a Roma, colmo di progetti, fortunatamente realizzati.



