Marilina Succo, un’attrice dai mille volti
di Tiziana Biscu
La storia di Marilina parte da Castellamonte, in provincia di Torino.
Cinema, teatro, pittura e scultura: quattro forme d’arte che caratterizzano un’unica persona. Perché, come spiega lei, “l’arte è un tutt’uno”.
Marilina, come inizia questa storia?
Figlia unica e non d’arte, ho cominciato a lavorare molto presto per aiutare mamma. Sono sempre stata molto indipendente e responsabile, maturando precocemente e coltivando una passione per l’arte sotto ogni forma. Mi sono diplomata in arti grafiche, pensando irrealizzabile il sogno di diventare attrice.
Un giorno però un amico di famiglia, a mia insaputa, convinto delle mie capacità e che dovessi abbandonare il paesino per spiccare il volo, mi iscrisse al concorso di Miss Italia. Mi arrabbiai, perché non amavo stare al centro dell’attenzione, ma comunque partecipai. Arrivai tra le 30 finaliste nazionali, risultato che mi permise di entrare nel campo della moda, lavorando come fotomodella.
Mi trasferii quindi a Milano, cominciando a pensare che il teatro avrebbe potuto diventare una realtà. Così tutto ebbe inizio; feci i provini per accedere all’Accademia di Arte Drammatica e, tre anni dopo, mi laureai. La mia casa diventò il treno, viaggiavo continuamente tra Roma, Torino e Milano per sostenere provini destinati a pubblicità o piccoli ruoli del cinema.
Come è arrivata sul grande schermo?
Partendo appunti da piccoli ruoli, sino a ottenere, nel 2018. la parte di co-protagonista nel film Tu mi nascondi qualcosa, di Giuseppe Loconsole, al fianco di Giuseppe Battiston e Sarah Felberbaum.
Quindi, nel 2019, per la serie tv di Mediaset Giustizia per tutti con Raoul Bova e Rocio Munoz Morales, sono stata protagonista nel ruolo di Patrizia.
Nel 2020 il regista Davide Ferrario mi ha scelto per lavorare al fianco di Giorgio Tirabassi, Neri Marcorè, Giovanni Storti e Marco Paolini nel film Boys e nel 2023 sono stata protagonista di Pomodori Ripieni, per la regia di Edoardo Rossi.
Mi sono poi trasferita a Roma, inizialmente per uno spettacolo teatrale, intitolato Certe notti, di Lorenzo Caravella, ma da allora non me ne sono più andata. Torino mi stava troppo stretta mentre Roma mi dava maggiori opportunità per coltivare la passione più grande, il teatro, sebbene da ottobre sono diventata anche il volto e la voce del programma meteo sulla Rai.
In realtà non avevo mai preso in considerazione di fare la conduttrice, ma l’idea, facendolo, di entrare tutte le mattine nelle case della gente potendo dare la mia empatia per favorire un buon inizio di giornata, col sole, anche quando non c’è, mi ha fatto cambiare idea.
Nella sua vita c’è anche l’arte.
Non ho mai smesso di disegnare, dipingere o scolpire. Nell’aprile del 2023 sono stata scelta da Erco per la design week di Milano, intitolata Interface. Nacque così un nuovo filone artistico, che mi ha portato a esporre le mie opere in diverse mostre in giro per l’Italia.
Negli ultimi anni ho poi iniziato a condurre studi sull’essere umano. Ho pensato che il controllo e il governo dello sguardo, affrancato dalla classica vista in quanto tale, sia una risorsa importante da coltivare, ecco da dove nascono i miei volti e i loro particolari occhi ipnotici, per attirare e coinvolgere l’osservatore nell’esercizio di uno sguardo più attento e cogliere ciò che, a prima vista, non è percettibile.
Le strambe e sinistre presenze delle mie “facce” vogliono catturare l’attenzione, per suscitare una sensazione di familiarità particolare: ogni volto vuole generare una sottile connessione con chi è di fronte, una sorta di dialogo muto, dando modo di riconoscere fisionomie note o semplicemente rispolverare emozioni sopite.
Dopo aver fatto uno spettacolo teatrale tutto suo, ha un ambizioso progetto. Ce ne parla?
Si intitola The Process, una performance che ho già portato in teatro, a gennaio. In questa performance, attraverso uno scambio energetico, attuo un processo di svuotamento per fungere da specchio e mettermi così a disposizione dell’altro, generandogli il bisogno di ritrovarsi.
Lo sguardo, come il silenzio, diventa una superficie riflettente dove viene registrata la presenza dell’altro. In The Process l’inazione del mio corpo e il silenzio consentono allo spettatore di inabissarsi nel gioco di relazione io/altro e di proiettare e definire il proprio sguardo nello sguardo dell’altro.
In altre parole, il silenzio nega il suo essere assenza e diviene, invece, meccanismo di detonazione del sé nell’altro.




